lunedì 11 luglio 2011

La provocazione dei quadri: «Compriamo noi la fabbrica»

L'assemblea Al convento di Carpignano: potremo fare come in Francia
In piazza assieme agli operai

DAL MATTINO DI AVELLINO 10/07/2011
Loredana Zarrella Tra i potenziali acquisitori della Irisbus di Flumeri ci potrebbero essere gli stessi dipendenti. È la proposta nata all’interno dell’associazione Quadri e Capi Fiat di Valle Ufita che ieri si è riunita in una sala del convento di Carpignano per definire la linea da condividere nella battaglia contro la cessione dell’impianto alla società molisana «Itala spa» del gruppo Di Risio. Una provocazione, non ancora sottoscritta ufficialmente, che si caratterizza come la più simbolica macchina da guerra contro il Lingotto. L’associazione parteciperà pacificamente allo sciopero di domani insieme alle sigle sindacali di categoria, ma intanto sta elaborando una strategia per scongiurare la morte sociale del territorio irpino.

Amministratori, responsabili dei vari reparti, operai e nuove leve uniti per denunciare la mancanza di trasparenza da parte dei capi di Torino che, cedendo un ramo d’azienda, non contraddicono la rassicurazione di Marchionne secondo cui nessuno stabilimento italiano sarebbe stato chiuso. Una specie di escamotage? Una situazione scandalosa dichiarano, in coro, i lavoratori, indignati per aver saputo la notizia della dismissione dell’impianto dai giornali. Per alcuni di loro 34 anni di servizio in fabbrica buttati al vento. Anni di progetti importanti, come la realizzazione del primo autobus a inquinamento zero, i mezzi a metano e gli ibridi elettrici, che hanno prodotto un indotto consistente. Ma prima di tutto ci sono l’urbano Citelis e il Domino, autobus da turismo questo con costi inferiori a quelli del Magelys prodotto in Francia, come spiega Lucianio Carrabs, responsabile di progettazione.
Per i Capi e Quadri di Valle Ufita la scelta di Torino non è stata dunque di carattere industriale. Non sono spiegabili, dichiarano, i 50 milioni di investimenti fatti negli ultimi anni, dieci di cui solo nell’ultimo anno. Con la cessione molti impianti specifici, come la vasca di cataforesi che tre anni fa costò 20 milioni di euro, andrebbero dismessi. È Angelo De Stefano, impiegato all’amministrazione, portavoce dell’associazione a lanciare l’ennesima provocazione: «Come mai i vertici non hanno pensato di coinvolgere nell’acquisizione la Breda Menarini che presenta una simile gamma di produzione?». Certo è che la riconversione graverebbe pesantemente su tutto il territorio con un effetto domino disastroso, dai giovani alle fabbriche dell’indotto che producono solo quei materiali specifici. Non tutto è ancora perduto: i dipendenti, alla luce della non ancora definitiva acquisizione da parte del produttore di Suv di Isernia (il piano industriale dovrà essere approvato inoltre dalle rsu), fanno fronte unito e annunciano battaglia. Dopo 240 mobilità, l’abolizione di due turni di lavoro e l’annullamento di alcune commesse, non ammettono di essere trascurati dalla politica e dalla loro stessa azienda madre. Lo sguardo, inevitabile e invidioso, è al protezionismo della Francia dove la fabbrica di Annonay è politicamente e sindacalmente inattaccabile. Insieme all’annuncio di voler acquistare la loro fabbrica, l’associazione è alla ricerca di politici che come Sarkozy possano preservare l’orgoglio e la dignità dei lavoratori irpini. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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